Sono diventati estranei a familiari e amici, spesso anche a sé stessi. Il ritorno in seno alla comunità è agevolato dall’assistenza psichiatrica di base promossa dalla CBM Svizzera. Michael Schlickenrieder, responsabile Organi di informazione/online, ha visitato in Burkina Faso persone con handicap che hanno beneficiato del nostro sostegno.
La sua voce è chiara e morbida, ha uno sguardo allegro e ride spesso e volentieri. Con in braccio il bimbo di una vicina, Taïta Rosalie racconta la sua storia. Un gallo canta e le galline schiamazzano felici davanti alla casetta nel Burkina Faso meridionale. Taïta Rosalie ha anni difficili alle spalle. Tutto ha avuto inizio quando con il marito lavorava in Costa d’Avorio.
Di punto in bianco
«Sono stata colta da vertigini improvvise, e poco dopo ho percepito un odore strano, sgradevole.» Per giorni, non è riuscita a dormire, preda di allucinazioni. «I bambini del vicinato mi circondavano e mi picchiavano sulla testa, quando ero a letto percepivo cose cadermi addosso, poco prima di addormentarmi avevo la sensazione che mi versassero addosso acqua bollente. Dovevo camminare continuamente senza poter mai sedermi. A volte, era come se qualcuno mi sollevasse e, quando gridavo, cadevo a terra. Una volta ho creduto che un estraneo fosse entrato in casa e volesse rapire mio marito.»
Il marito non ce l’ha più fatta e l’ha lasciata. La prima reazione della donna è stata quella di rivolgersi a un guaritore tradizionale. Per pagarlo, ha venduto le stoviglie, i vestiti e le collane, ma né i bagni con l’acqua di corteccia né una miscela speciale di erbe hanno dato frutti. Disperata, sette anni fa Taïta Rosalie ha incominciato a pregare nella chiesa del villaggio: «Non avevo più nulla, né denaro per un trattamento, né una bicicletta, nulla». Un giorno, qualcuno le ha consigliato di rivolgersi all’OCADES (Organisation Catholique pour le Développement et la Solidarité), che a sua volta l’ha mandata da uno psichiatra, assumendone il costo. Con il sostegno della CBM, l’OCADES si occupa di persone affette da handicap psichici e da problemi d’udito.
Oggi, Taïta Rosalie è membro di un gruppo di autoaiuto fondato dalla stessa OCADES e riceve regolarmente la visita di uno specialista. Le terribili allucinazioni sono svanite. «Grazie di cuore per l’aiuto», dice la donna. «Ora sono sana come un pesce e riesco di nuovo a provvedere a me stessa!»
In catene per anni
Ciò che hanno dovuto sopportare due uomini con handicap psichici è assolutamente spaventoso. Non sapendo che altro fare, i conoscenti li avevano incatenati ai margini del villaggio, limitandosi a portare loro cibo e acqua, e a occuparsi alla bell’e meglio della loro igiene. Ousoeni Kindo, oggi quarantenne, ha trascorso tre anni legato, il sessantacinquenne Amadé Ouédraogo qualcosa come ventidue anni. «Perché mi fanno questo?», si chiedeva. «Non ho mai fatto male a nessuno…» Le ragioni della sua malattia gli sono tutt’ora sconosciute.
Al cospetto di patologie psichiche, le famiglie e i villaggi nei paesi in sviluppo brancolano spesso nel buio, perché non sono in grado di spiegare un comportamento anomalo, né hanno accesso a un’assistenza specialistica. I parenti malati vengono quindi emarginati o cacciati, e sono costretti a condurre un’esistenza precaria in strada. In Burkina Faso sono chiamati gli «erranti»: vivono all’aperto o in capanne di fortuna, alla mercé della loro condizione, di altre malattie e della fame.
Uno dei partner più recenti della CBM in questo Stato africano si chiama SAULER «Sauvons le Rest», e a queste persone offre innanzitutto un taglio di capelli e un bagno con acqua pulita. Poi, fornisce loro aiuto medico, psicologico e psichiatrico. Da alcuni mesi, ha aperto i battenti un centro costruito grazie alle donazioni alla CBM, nel quale gli utenti imparano di nuovo a gestire la quotidianità e a ritrovare la via dell’integrazione.
Amadé ha trascorso cinque giorni in ospedale dove gli sono stati somministrati i farmaci necessari. Presso il centro, il suo stato si è poi ulteriormente stabilizzato. Oggi è tornato in famiglia, sa badare a sé stesso e chiacchiera con i vicini. I familiari sono felicissimi. «Finalmente mi sento di nuovo un essere umano!», esulta Amadé.
Ousoeni, invece, è da poco arrivato al centro. Appena liberatosi dalle catene, i suoi passi sono ancora incerti, ma lavato e con vestiti puliti si sente rinato! Il passato, però, non è ancora alle spalle. Non solo il periodo in catene, anche gli anni trascorsi a sgobbare nelle miniere d’oro del paese. Come molti suoi colleghi, per sopportare le durissime condizioni di lavoro si era affidato a eccitanti e analgesici, all’origine della malattia mentale che ora sta superando progressivamente. I passi avanti lo inducono a guardare al futuro: «Un giorno, voglio preparare il tè e venderlo per le strade, così potrò guadagnarmi da vivere».

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